Ci sono automobili che ti portano in montagna.
E poi c’è una Jeep Wrangler Rubicon, che riesce a convincerti che la strada per arrivarci faccia già parte della montagna.
È una differenza sottile, ma basta lasciare l’asfalto, infilarsi sulla prima forestale della Carnia e vedere il cofano della Wrangler puntare verso l’alto per capire immediatamente di cosa stiamo parlando.
Durante gli EcoTour Carnia 4×4, il Rubicon non è stato utilizzato per organizzare una dimostrazione di forza, né tantomeno per trasformare boschi e malghe in un gigantesco campo giochi per fuoristrada.
Ha fatto qualcosa di decisamente più interessante.
Ha accompagnato persone dentro un territorio che, senza un vero 4×4, per molti sarebbe rimasto semplicemente irraggiungibile.
Gli EcoTour sono proseguiti durante tutto il periodo previsto dall’iniziativa, seguendo naturalmente le condizioni della montagna, la disponibilità degli itinerari e delle malghe.
Soltanto durante l’emergenza provocata dagli incendi che hanno colpito la Carnia abbiamo fermato i mezzi.
E non serviva certo una lunga riunione per decidere cosa fare.
Quando un territorio sta bruciando, chi sostiene di amarlo non pretende di attraversarlo per divertimento.
Si ferma.
Lascia spazio a chi sta lavorando.
Aspetta.
E quando le condizioni tornano sicure, ricomincia a salire.
Un Rubicon sulle forestali carniche ha finalmente senso
La Jeep Wrangler Rubicon appartiene a quella categoria sempre più rara di automobili che sembrano quasi sprecate quando trascorrono tutta la propria esistenza sull’asfalto.
Può naturalmente farlo.
Ma è come comprare degli scarponi da montagna per andare a prendere il pane.
Funzionano perfettamente.
Solo che non è esattamente quello per cui sono stati inventati.
Il Rubicon che abbiamo utilizzato durante gli EcoTour era equipaggiato con il 2.0 turbo benzina quattro cilindri, capace di sviluppare 272 CV e 400 Nm di coppia, abbinato al cambio automatico a otto rapporti.
Niente 4xe.
Niente sistema plug-in.
Qui abbiamo motore termico, trasmissione meccanica e una dotazione fuoristradistica che continua a rappresentare uno dei motivi principali per cui la scritta Rubicon sul cofano abbia ancora un significato molto preciso.
C’è il sistema Rock-Trac.
Ci sono le marce ridotte con rapporto 4:1.
Ci sono i bloccaggi dei differenziali anteriori e posteriori Tru-Lok.
Ci sono gli assali Dana 44 e la possibilità di aumentare l’articolazione delle sospensioni attraverso il disaccoppiamento della barra stabilizzatrice anteriore.
Tutta roba che davanti a una vetrina fa molto avventura.
Su una forestale di montagna, invece, comincia improvvisamente ad avere senso.
Ma EcoTour non significa cercare l’ostacolo più difficile
Ed è importante chiarirlo.
Gli itinerari degli EcoTour non sono una prova trial.
Non devono esserlo.
Il fatto di avere sotto le mani un Wrangler Rubicon non significa che ogni pietra debba trasformarsi in una sfida e ogni salita in una dimostrazione delle capacità del mezzo.
Sarebbe esattamente il contrario dello spirito del progetto.
Qui il fuoristrada serve soprattutto a muoversi con sicurezza e naturalezza su percorsi nei quali un’automobile tradizionale inizierebbe rapidamente a chiedersi cosa abbia fatto di male per meritare tutto questo.
Fondo sconnesso.
Pendenze.
Tornanti.
Fango quando il tempo decide di collaborare poco.
Pietre.
Boschi.
Lunghe salite verso le malghe.
Situazioni che il Rubicon affronta con quella sensazione piuttosto rassicurante di un mezzo che non sta facendo qualcosa di eccezionale.
Sta semplicemente facendo il proprio lavoro.
La Carnia non si conquista. Si attraversa in punta di piedi
L’EcoTour ha sempre avuto una filosofia molto precisa.
Non si entra in montagna per conquistarla.
È una delle espressioni più divertenti inventate dall’uomo.
La montagna era lì milioni di anni prima dell’arrivo del nostro fuoristrada e, salvo errori clamorosi della geologia, continuerà probabilmente a esserci parecchio dopo di noi.
Si entra per conoscerla.
Per questo durante le uscite il Rubicon è diventato uno strumento per raggiungere malghe, alpeggi e zone in quota attraversando boschi e strade forestali che raccontano una Carnia profondamente diversa da quella osservabile percorrendo soltanto le strade principali.
Luoghi come Malga Pizzul, Glazzat, Meleit, Pramosio, Lavareit e le altre destinazioni toccate dagli itinerari non rappresentano semplicemente il punto finale impostato sul navigatore.
Sono il motivo per cui si parte.
Ci si arriva.
Si spegne il motore.
E comincia un’altra parte dell’EcoTour.
Perché il momento migliore arriva quando il Rubicon tace
È probabilmente uno dei paradossi più belli di questa esperienza.
Passi chilometri a bordo di uno dei fuoristrada più riconoscibili del mondo, utilizzi un mezzo con una meccanica progettata appositamente per affrontare terreni difficili e poi, quando arrivi in quota, il momento più importante coincide esattamente con quello in cui giri la chiave e il motore si spegne.
Apri la portiera.
Scendi.
Davanti hai la montagna.
I pascoli.
Le malghe.
Gli animali.
Magari una persona che guarda quel panorama per la prima volta.
Ed è lì che capisci quale dovrebbe essere il vero ruolo di un fuoristrada in un progetto come questo.
Non rubare la scena.
Permettere di raggiungerla.
Per qualcuno quella forestale rappresenta una barriera enorme
Questo è probabilmente il punto più importante dell’intero EcoTour.
Molti dei luoghi raggiunti durante le nostre uscite sono perfettamente accessibili per un escursionista allenato.
Si cammina.
Si sale.
Si suda.
E alla fine si arriva.
Ma non tutti possono farlo.
Ci sono persone anziane.
Persone con difficoltà motorie.
Persone che non hanno una preparazione fisica sufficiente per affrontare ore di salita.
E persone che, molto semplicemente, non avrebbero mai immaginato di poter raggiungere certi luoghi.
Per loro una strada forestale non rappresenta un’avventura.
Rappresenta un muro.
Ed è qui che un mezzo come il Rubicon cambia completamente significato.
Le ridotte, la trazione, l’altezza da terra e tutta quella meccanica per la quale normalmente noi appassionati siamo capaci di discutere per quaranta minuti davanti a una birra diventano improvvisamente secondarie.
Servono semplicemente a permettere a qualcuno di arrivare lassù.
Sedersi davanti a una malga.
Guardare il panorama.
E trasformare qualcosa che sembrava impossibile in un ricordo.
A quel punto, sinceramente, dei gradi dell’angolo d’attacco importa relativamente poco.
L’EcoTour parla italiano, tedesco, sloveno… e anche maltese
Durante il periodo degli EcoTour non abbiamo accompagnato soltanto visitatori italiani.
Sono arrivate persone da Austria, Slovenia, Germania e persino Malta.
E anche questo racconta qualcosa di importante.
Il turista che decide di trascorrere una giornata salendo verso una malga a bordo di un fuoristrada probabilmente non sta cercando l’ennesima attrazione perfettamente costruita per Instagram.
Vuole conoscere qualcosa.
Vuole vedere come cambia il territorio quando si lascia il fondovalle.
Vuole fermarsi dove magari non arriverebbe mai da solo.
Vuole mangiare qualcosa prodotto realmente in montagna.
Vuole parlare con le persone che quella montagna la vivono tutto l’anno.
Ed è qui che la Carnia possiede un vantaggio enorme.
Non deve inventarsi un’identità turistica.
Ce l’ha già.
Bisogna soltanto evitare di rovinarla cercando disperatamente di renderla simile a tutte le altre.
Il 2.0 turbo: meno poesia, più carattere
E poi naturalmente c’è il motore.
Il quattro cilindri 2.0 turbo da 272 CV potrebbe sembrare quasi una scelta curiosa per chi continua ad associare automaticamente Wrangler a giganteschi sei cilindri americani.
In realtà si sposa molto bene con il carattere della vettura.
I 400 Nm di coppia danno sostanza quando la strada comincia a salire, mentre l’automatico a otto rapporti permette di gestire il trasferimento su strada e l’utilizzo più lento sui percorsi montani senza trasformare ogni chilometro in una lotta con la meccanica.
Ma il bello del Rubicon rimane ciò che succede dopo il motore.
Perché tanti SUV moderni hanno potenza.
Alcuni ne hanno persino troppa.
Pochissimi, però, arrivano dalla fabbrica con una dotazione meccanica che permetta realmente di sfruttarla quando l’asfalto finisce.
Sul Rubicon non c’è bisogno di fingere.
La scritta sul cofano non è un adesivo messo lì dal reparto marketing per far sembrare cattiva una versione con i cerchi più grandi.
Dietro c’è sostanza.
Non serviva tutto quello di cui è capace. Ed è proprio questo il bello
Durante gli EcoTour non abbiamo ovviamente avuto bisogno di utilizzare il Rubicon al limite delle sue capacità.
E meno male.
Se per raggiungere una malga servissero continuamente entrambi i differenziali bloccati, la barra stabilizzatrice scollegata e una squadra di recupero pronta con il verricello, probabilmente avremmo scelto un’altra strada.
Ma avere quella riserva di capacità significa affrontare gli itinerari con serenità.
Quando il fondo peggiora.
Quando arriva la pioggia.
Quando una salita diventa più scavata.
Quando bisogna manovrare su un tratto sconnesso.
Il mezzo non è mai la parte dell’equazione che preoccupa.
Ed è esattamente quello che chiedi a un vero 4×4.
Poi sono arrivati gli incendi
La stagione ha avuto però una parentesi difficile.
Gli incendi che hanno colpito la Carnia hanno imposto la sospensione temporanea degli EcoTour durante il periodo dell’emergenza.
Era necessario.
E soprattutto era giusto.
Nessuna ricerca di percorsi alternativi per salvare a tutti i costi il programma.
Nessuna necessità di dimostrare che “tanto con il fuoristrada si passa”.
Quella sarebbe stata stupidità, non passione per il 4×4.
Quando uomini, volontari e mezzi stanno lavorando per difendere un territorio dal fuoco, la cosa più intelligente che può fare chi non serve in quel momento è togliersi di mezzo.
Così abbiamo fatto.
Gli EcoTour si sono fermati durante l’emergenza e, quando le condizioni sono tornate compatibili con le attività, sono ripartiti.
Il fuoco ha interrotto temporaneamente il calendario.
Non il progetto.
Jeep e Carnia parlano stranamente la stessa lingua
Forse è anche per questo che un Wrangler Rubicon sembra trovarsi così bene qui.
Non perché le montagne carniche debbano trasformarsi nel Rubicon Trail californiano.
Per favore, no.
Abbiamo già abbastanza problemi.
Ma perché esiste una certa affinità tra questa Jeep e il territorio.
Entrambi hanno qualcosa di poco interessato alle mode.
Entrambi funzionano meglio quando si lascia la strada principale.
Entrambi richiedono un po’ più di attenzione per essere capiti davvero.
E soprattutto entrambi ricordano che il percorso può avere la stessa importanza della destinazione.
Con un mezzo come questo non raggiungi semplicemente una malga.
Ti ricordi anche la strada fatta per arrivarci.
Alla fine non conta quanto era profonda la buca
Potremmo chiudere parlando ancora del Rock-Trac.
Dei Dana 44.
Delle ridotte.
Dei blocchi.
Del quattro cilindri turbo.
Sono tutte caratteristiche importanti e sono parte del motivo per cui il Wrangler Rubicon rimane uno dei riferimenti nel mondo del fuoristrada vero.
Ma durante un EcoTour il successo si misura in maniera completamente diversa.
Non conta quanto fosse difficile il tratto superato.
Conta chi avevi seduto accanto.
Conta la persona che non era mai riuscita a raggiungere una malga.
Conta il visitatore straniero che tornerà a casa parlando della Carnia.
Conta quel momento in cui arrivi in quota, spegni il 2.0 turbo e improvvisamente rimangono soltanto il vento, il bosco e le montagne.
Il Rubicon serve ad arrivarci.
Ma ciò che trovi alla fine della strada è il motivo per cui valeva la pena partire.
E in Carnia, fortunatamente, abbiamo ancora parecchie strade da percorrere.

















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