MINI Aceman John Cooper Works: il go-kart elettrico c’è. È il viaggio che presenta il conto

Ci sono automobili che basta guardare sulla carta per capire più o meno dove vogliono andare a parare. Potenza, coppia, accelerazione, autonomia, capacità della batteria: si mettono i numeri in fila e il quadro sembra completo.

Poi c’è MINI.

Un marchio che, nel bene e nel male, ha sempre avuto bisogno di una strada per spiegarsi davvero. Perché una MINI non dovrebbe essere semplicemente un oggetto capace di portarvi da A a B: dovrebbe convincervi che tra A e B esista almeno una curva da affrontare con un sorriso vagamente stupido stampato in faccia.

È quello che per decenni abbiamo chiamato go-kart feeling, un’espressione abusata dal marketing ma che, sulle MINI migliori, ha sempre avuto un fondo di verità: dimensioni compatte, sterzo rapido, reazioni immediate e quella sensazione di avere l’auto stretta attorno alle spalle invece di essere seduti dentro un salotto con quattro ruote.

Ora però arriva lei: MINI Aceman John Cooper Works, crossover compatto completamente elettrico, 258 CV e il compito tutt’altro che semplice di dimostrare che il DNA JCW possa sopravvivere anche senza benzina, scarichi, cambiate e rumore meccanico.

La risposta breve?

Sì, può farlo.

La risposta più interessante è che il vero problema della Aceman JCW non comincia quando la guidate. Comincia quando dovete andare lontano.

258 CV elettrici: MINI non ha dimenticato come si costruisce un giocattolo

Partiamo dai numeri, così ce li togliamo subito di mezzo.

La MINI Aceman John Cooper Works utilizza un motore elettrico da 190 kW, equivalenti a 258 CV, con 350 Nm di coppia, sufficienti per portarla da 0 a 100 km/h in 6,4 secondi e fino a una velocità massima di 200 km/h.

La batteria dispone di 49,2 kWh utilizzabili, mentre la capacità lorda è di 54,2 kWh.

Non stiamo quindi parlando di una specie di missile terra-terra travestito da crossover e nemmeno dell’ennesima elettrica con 600 cavalli messi lì perché ormai sembra che senza una potenza da supercar non si possa più accompagnare i bambini a scuola.

Ed è quasi un bene.

Perché la Aceman JCW non deve impressionare con un numero assurdo sulla scheda tecnica. Deve essere una MINI.

E quando iniziate a guidarla sul serio, capite che qualcuno a Monaco ha ancora ben presente questa differenza.

MINI Aceman JCW: finalmente arrivano le curve ⚡

La parte migliore della Aceman JCW comincia esattamente quando la strada smette di essere dritta.

Lo sterzo è rapido, l’auto risponde immediatamente agli input e il baricentro basso, favorito dal posizionamento della batteria nel pianale, contribuisce a tenere sotto controllo quella massa che inevitabilmente accompagna una vettura elettrica.

Perché possiamo raccontarcela quanto vogliamo, ma le batterie pesano. E parecchio.

La cosa interessante è che qui il peso non riesce a cancellare completamente il carattere dell’auto.

MINI parla addirittura di “scienza del go-kart elettrico”, un’espressione che potrebbe sembrare uscita dalla riunione di un reparto marketing particolarmente creativo, ma che dopo qualche curva diventa sorprendentemente comprensibile.

La Aceman JCW gira piatta, reagisce velocemente e soprattutto mantiene quella sensazione di compattezza che da sempre distingue le MINI più riuscite.

Naturalmente non è una vecchia Cooper S leggera, rumorosa e nervosa, e fingere il contrario sarebbe ridicolo.

Ma non cerca nemmeno di esserlo.

L’elettrico costruisce un nuovo tipo di risposta: la coppia arriva immediatamente, l’acceleratore diventa quasi un interruttore graduabile e non esistono tempi morti legati alla cambiata o alla salita di regime.

Premete.

Lei parte.

E quando una curva ne chiama un’altra, la Aceman JCW riesce ancora a fare quella cosa tremendamente semplice che tante auto moderne sembrano essersi dimenticate: divertire.

Il problema? Prima bisogna arrivare alla strada bella

Ed eccoci al punto.

Perché possiamo passare ore a discutere di sterzo, coppia istantanea, assetto e baricentro basso, ma un’automobile non vive soltanto nei venti chilometri perfetti di strada di montagna che scegliamo per fotografarla.

Prima bisogna arrivarci.

E magari dopo bisogna pure tornare a casa.

È qui che la MINI Aceman John Cooper Works cambia completamente personalità.

L’autonomia dichiarata WLTP è compresa tra 345 e 355 chilometri, mentre il consumo ufficiale varia indicativamente tra 14,4 e 16,4 kWh/100 km.

Durante la nostra esperienza, però, il dato che siamo riusciti concretamente ad attestare si è fermato attorno ai 295 chilometri con una carica.

E improvvisamente quei sessanta chilometri circa di differenza rispetto al valore massimo dichiarato smettono di sembrare un dettaglio.

Perché con un’auto a benzina potete anche permettervi di essere degli irresponsabili cronici della pianificazione: si accende la riserva, trovate un distributore, riempite il serbatoio, pagate una cifra che vi farà mettere in discussione alcune scelte della vostra vita e ripartite.

Fine.

Con un’elettrica entra in gioco un sistema completamente diverso.

Dove ricarico?

Quanto manca?

La colonnina sarà disponibile?

Funzionerà?

A quale potenza?

Quanto tempo dovrò restare fermo?

E soprattutto: quando arriverò, avrò abbastanza energia per ripartire?

Benvenuti nel meraviglioso mondo in cui Google Maps smette di essere un navigatore e diventa un consulente energetico.

108 minuti dal 30 al 95%: altro che caffè veloce

Durante una delle nostre soste abbiamo impiegato 108 minuti per passare dal 30% al 95% di batteria.

Un’ora e quarantotto minuti.

La stazione utilizzata disponeva di colonnine HPC capaci teoricamente di erogare fino a 400 kW, ma qui bisogna chiarire immediatamente un punto che spesso genera confusione: la MINI Aceman JCW può accettare in corrente continua una potenza massima di 95 kW.

Quindi no, attaccarla a una colonnina da 400 kW non significa trasformarla improvvisamente in una macchina capace di inghiottire quattrocento kilowatt come un aspirapolvere industriale.

MINI dichiara circa 31 minuti per passare dal 10 all’80% in condizioni favorevoli sfruttando la ricarica DC fino a 95 kW.

La realtà, però, non è un laboratorio.

La potenza di ricarica cambia durante la sessione, può dipendere dalla temperatura della batteria, dal livello di carica, dalla gestione termica, dalla stazione utilizzata, dalla rete e da parecchie altre variabili.

Inoltre il tratto finale, avvicinandosi al 100%, è inevitabilmente più lento per proteggere la batteria.

Tutto corretto tecnicamente.

Ma quando siete seduti da quasi due ore aspettando di ripartire, improvvisamente la teoria interessa molto meno.

La ricarica rapida è fantastica. Quando tutto funziona

Ed è qui che si apre la questione più grande.

Perché durante la nostra prova non abbiamo avuto soltanto a che fare con i tempi.

Abbiamo trovato colonnine occupate.

Abbiamo trovato attese.

Abbiamo trovato infrastrutture che non funzionavano come previsto.

E abbiamo avuto anche situazioni nelle quali auto e colonnina sembravano aver deciso di interrompere le relazioni diplomatiche senza avvertirci.

Il punto è proprio questo: quando si viaggia in elettrico, la colonnina diventa parte dell’automobile anche se fisicamente si trova a cinquanta, cento o duecento chilometri di distanza.

Potete avere una vettura perfettamente funzionante e una batteria capace di accettare una buona potenza di ricarica, ma se l’infrastruttura non collabora il vostro viaggio si ferma comunque.

Con un’auto termica un distributore guasto è generalmente un fastidio.

Con un’elettrica una colonnina guasta, soprattutto quando l’autonomia residua comincia a scendere, può diventare qualcosa di decisamente più interessante.

Nel senso cinese del termine.

Quando MINI e colonnina decidono di non parlarsi

Durante il nostro viaggio ci siamo trovati anche davanti a problemi di comunicazione tra vettura e infrastruttura di ricarica.

Dopo diversi tentativi abbiamo trovato empiricamente una procedura che, in alcune occasioni, ci ha permesso di riprovare con successo: spegnere completamente la MINI, allontanarsi dalla vettura con la chiave per un paio di centinaia di metri, aspettare qualche minuto, tornare e ricominciare la procedura.

Chiariamo immediatamente: non è una procedura ufficiale MINI e non deve essere considerata una soluzione universale.

È semplicemente ciò che ha funzionato nella nostra esperienza.

Ed è anche uno degli esempi migliori per spiegare quanto cambi il rapporto con l’automobile quando entra in gioco l’elettrico.

Con una vettura tradizionale difficilmente vi trovereste a passeggiare per duecento metri con la chiave in tasca sperando che automobile e pompa di benzina facciano pace.

Qui può succedere.

Benvenuti nel futuro. 😏

Altro che range anxiety: questa è charging anxiety

Per anni abbiamo sentito parlare di range anxiety, l’ansia da autonomia.

Dopo aver viaggiato con la Aceman JCW, crediamo che il termine sia persino riduttivo.

Perché spesso non è l’autonomia residua a creare il problema.

È la ricarica.

Sapere dove si trova la prossima stazione, capire se sarà libera, controllare se funziona, valutare quanto tempo servirà e decidere quanto margine lasciare per raggiungere quella successiva.

La chiamerei più semplicemente charging anxiety.

Ed è particolarmente evidente quando il viaggio non è composto dalla classica routine casa-lavoro-casa con wallbox domestica, ma significa percorrere centinaia di chilometri, magari in zone che non conoscete.

MINI mette naturalmente a disposizione strumenti digitali capaci di cercare le stazioni, pianificare l’itinerario e integrare la ricarica nel viaggio.

Ed è utilissimo.

Ma un software può dirvi che una colonnina esiste.

Non può sempre garantirvi che, quando arriverete lì, qualcuno non abbia parcheggiato davanti senza ricaricare, che entrambe le prese siano occupate o che quell’affare molto costoso piantato nel parcheggio non abbia deciso proprio quel giorno di scioperare.

E allora meglio una MINI termica?

Non necessariamente.

Ed è proprio questa la parte più interessante della Aceman JCW.

Perché sarebbe troppo facile concludere dicendo “l’elettrico non funziona” e andare tutti a casa soddisfatti della propria opinione.

La realtà è parecchio più complessa.

Nel traffico quotidiano, negli spostamenti brevi, soprattutto potendo ricaricare a casa, un’elettrica può essere enormemente comoda.

Niente cambio, coppia immediata, silenzio, fluidità e possibilità di partire ogni mattina con una batteria carica senza fermarsi continuamente dal benzinaio.

E dinamicamente l’elettrico si sposa sorprendentemente bene con il carattere MINI.

Quella risposta immediata all’acceleratore sembra quasi fatta apposta per un’auto che vuole essere agile e reattiva.

Il problema emerge quando cambiate scala.

Quando cento chilometri diventano trecento.

Quando una giornata diventa un viaggio.

Quando la destinazione non dispone di un caricatore.

Quando non avete una wallbox che vi aspetta la sera.

A quel punto entra in gioco una variabile che con benzina e diesel siamo stati abituati a ignorare per decenni: il tempo necessario per recuperare autonomia.

L’elettrico cambia il concetto stesso di viaggio

Con un’auto termica pianifichiamo principalmente due cose: distanza e carburante.

Con un’elettrica ne arriva inevitabilmente una terza.

Il tempo.

Non conta più soltanto quanto lontano possiamo arrivare, ma quanto dovremo aspettare prima di poter ripartire.

Ed è una differenza gigantesca, perché modifica persino il modo in cui affrontiamo una giornata.

Una pausa pranzo può diventare una ricarica.

Una visita può essere organizzata vicino a una colonnina.

Un albergo può essere scelto perché dispone di un charger.

Una deviazione può essere eliminata perché il margine di autonomia non convince.

Non significa necessariamente viaggiare peggio.

Significa viaggiare diversamente.

E forse è proprio questo che spesso viene dimenticato quando si confrontano un’elettrica e una vettura termica limitandosi a costo chilometrico, autonomia WLTP e accelerazione.

Non stiamo cambiando soltanto motore.

Stiamo cambiando abitudini.

MINI Aceman JCW: promossa nelle curve, infrastruttura rimandata

Alla fine della nostra esperienza resta una sensazione abbastanza netta.

La MINI Aceman John Cooper Works non ha perso il carattere MINI.

Questa era probabilmente la domanda più importante, e la risposta è positiva.

Quando la strada si stringe, arrivano le curve e avete finalmente la possibilità di guidarla come una JCW dovrebbe essere guidata, lei c’è.

Lo sterzo è pronto, la risposta dell’acceleratore è immediata, il baricentro basso aiuta e i 258 CV sono più che sufficienti per trasformare un crossover compatto elettrico in qualcosa capace di regalarvi ancora parecchio divertimento.

Quindi no: il problema non è che sia elettrica.

Il problema è tutto quello che deve funzionare attorno all’auto perché essere elettrica non diventi un limite.

Una Aceman JCW con una rete di ricarica capillare, affidabile e realmente veloce è un’automobile tremendamente interessante.

La stessa vettura davanti a una colonnina occupata, guasta o semplicemente lenta diventa improvvisamente una lezione pratica sulla pazienza.

MINI, insomma, ha fatto buona parte del proprio lavoro.

Ora tocca all’infrastruttura.

Perché il famoso go-kart feeling elettrico funziona.

Bisogna soltanto riuscire ad arrivare fino alle curve.

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