Italian Baja 2026: il mondiale FIA sui greti friulani

In Friuli vince Barreto, Schiumarini conquista la gara tricolore e l’assenza di Al-Attiyah pesa come un macigno

Ci sono gare che sembrano disegnate per far bella figura nei video promozionali: polvere dorata, tramonti, droni, piloti che scendono dal mezzo con l’aria da cowboy sponsorizzato e meccanici che sembrano appena usciti da una pubblicità di orologi costosi.

Poi c’è l’Italian Baja.

Che è un’altra cosa.

È pietra, caldo, polvere, greti asciutti, sassi bastardi, sterrati che non perdonano e fiumi friulani che anche quando sembrano tranquilli ti guardano come dire: “Vieni pure, fenomeno, vediamo quanto duri”.

La 33ª edizione dell’Italian Baja ha confermato ancora una volta che Pordenone e il Friuli non ospitano semplicemente una tappa del mondiale. La masticano. La mettono sotto pressione. La costringono a sudare. La fanno diventare una gara vera, di quelle dove il cronometro conta, certo, ma prima ancora conta arrivare interi.

Valida come quarto round della FIA World Baja Cup 2026, oltre che per la FIA European Baja Cup e per il Campionato Italiano Cross Country, la gara friulana ha portato equipaggi da tutto il mondo su uno dei terreni più particolari e cattivi del calendario: i greti del Meduna, del Tagliamento, del Cosa e del Pordenonese.

Non circuiti levigati. Non piste educate.
Greti. Sassi. Polvere. Caldo. Navigazione. Rotture. Ritiri. Ritardi. Nervi.

In pratica, motorsport con la camicia strappata.

Barreto e Fiuza: vittoria portoghese, testa fredda e Toyota caldissima

A vincere la classifica assoluta della Coppa del Mondo è stato l’equipaggio portoghese formato da Francisco Barreto e Paulo Fiuza, al volante della Toyota Hilux Evo del team Overdrive Racing.

Una vittoria costruita con intelligenza, senza fare i pagliacci, senza trasformare ogni prova in una roulette russa con quattro ruote motrici. Barreto e Fiuza hanno fatto quello che nelle Baja conta davvero: sono stati veloci quando serviva, puliti quando era necessario e abbastanza lucidi da non buttare via tutto contro un sasso, un cespuglio o una traiettoria presa con troppo entusiasmo.

Perché l’Italian Baja è così: ti fa credere che puoi attaccare. Poi ti presenta il conto.

E il conto, in Friuli, arriva spesso sotto forma di meccanica piegata, gomme martoriate o facce lunghe nel service park.

Il duo portoghese invece ha tenuto il ritmo, ha gestito i momenti chiave e si è preso una vittoria pesante. Non una di quelle vittorie da curriculum da lucidare con la cera. Una vittoria sporca, vera, guadagnata su un terreno che non ha nessuna voglia di essere gentile.

Alle loro spalle hanno chiuso gli olandesi Paul Spierings e Mark Salomons, su Taurus Evo Max, autori di una gara solida e concreta. Terzo gradino del podio per i lituani Benediktas Vanagas e Aisvydas Paliukenas, su Toyota Hilux, capaci di crescere durante il weekend e restare nella zona nobile della classifica quando la gara ha iniziato a mostrare i denti.

Tre equipaggi, tre modi diversi di sopravvivere al frullatore friulano.

Il Friuli non fa sconti: qui il mondiale deve sporcarsi

La cosa bella dell’Italian Baja è che non prova a sembrare esotica. Non ha bisogno di dune da cartolina o scenari da film hollywoodiano. Ha il suo carattere, e quel carattere è ruvido come una pietra del Tagliamento infilata sotto la scocca.

Il percorso friulano è unico proprio per questo. I greti dei fiumi non sono semplici strade bianche. Sono tappeti mobili di sassi, polvere e traiettorie traditrici. Sembrano larghi, sembrano leggibili, sembrano quasi invitanti.

Poi arrivi forte e capisci che non erano invitanti. Ti stavano solo aspettando.

È una gara dove la velocità pura non basta. Serve leggere il terreno. Serve ascoltare il mezzo. Serve capire quando attaccare e quando, invece, conviene abbassare il testosterone e portare a casa la macchina.

Perché nelle Baja, soprattutto qui, il confine tra “grande prestazione” e “ritiro imbarazzante” può essere largo quanto una pietra presa male.

L’Italian Baja 2026 ha regalato spettacolo proprio per questo: perché ha costretto i protagonisti a guidare davvero, non solo ad accelerare. Ha premiato chi ha saputo stare dentro la gara con testa, ritmo e meccanica intatta.

Schiumarini vince la sfida tricolore: quando il nazionale non è una gara di contorno

Grande interesse anche per la gara valida per il Campionato Italiano Cross Country, dove Andrea Schiumarini ha conquistato il successo davanti a Riccardo Benettolo e Christine Giampaoli Zonca.

E attenzione: chiamarla “gara nazionale” come se fosse il contorno del piatto mondiale sarebbe una sciocchezza. Qui il livello è alto, la battaglia è vera e il percorso non fa differenze di passaporto. Se sbagli, sbagli. Se rompi, rompi. Se resti piantato, resti piantato in italiano, inglese, portoghese o lituano: il greto è democratico, ma cattivissimo.

Schiumarini ha costruito una gara intelligente, capace di mescolare velocità e gestione. Benettolo ha spinto forte, Giampaoli Zonca ha confermato ancora una volta talento e carattere, portando sul podio una presenza importante e spettacolare per tutto il movimento.

Il Campionato Italiano Cross Country esce da Pordenone con una classifica rimescolata, ma soprattutto con una conferma: questa disciplina non è per chi ama il motorsport da divano. È roba da polvere, caldo, navigazione, meccanici con le mani nere e piloti che a fine giornata sembrano usciti da una lavatrice piena di ghiaia.

Meraviglioso.

Nasser Al-Attiyah: un’assenza che si sente

L’edizione 2026 dell’Italian Baja è stata segnata anche da un’assenza pesante: Nasser Al-Attiyah.

Quando manca uno come lui, il vuoto si sente. Non perché gli altri non siano forti, anzi. Ma perché Al-Attiyah nei rally raid non è semplicemente “un pilota”. È un riferimento. Uno di quelli che quando compare nell’elenco iscritti cambia l’umore del paddock. Uno che ha vinto ovunque, spesso, tanto, e con quella naturalezza fastidiosa dei fuoriclasse veri.

La sua assenza, dovuta al grave lutto familiare che lo ha colpito con la scomparsa del padre, ha portato un momento di silenzio dentro un ambiente normalmente fatto di motori, polvere e adrenalina.

E qui il tono cambia, perché certe cose vengono prima della gara, prima delle classifiche, prima dei punti e prima di qualsiasi coppa.

Alla famiglia Al-Attiyah vanno le più sincere e sentite condoglianze, con il rispetto dovuto a un dolore che nessun risultato sportivo può cancellare.

Il motorsport sa essere feroce. Ma sa anche fermarsi. E quando lo fa, lo fa per le cose che contano davvero.

La Coppa del Mondo non si decide qui, ma qui cambia temperatura

Dal punto di vista della FIA World Baja Cup, l’Italian Baja rappresentava solo il quarto appuntamento della stagione 2026. Quindi no, non ha incoronato nessuno. Non ha chiuso i giochi. Non ha scritto l’ultima pagina.

Ma ha cambiato la temperatura del campionato.

I punti raccolti in Friuli pesano, perché arrivano in una fase ancora aperta della stagione e perché dopo Pordenone il calendario non concede vacanze spirituali. Ci sono ancora appuntamenti fondamentali in Spagna, Portogallo, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

In altre parole: chi pensa di poter amministrare, ha sbagliato sport.

Le categorie Ultimate, Challenger e SSV restano aperte, con margini ancora interessanti e tanti punti da assegnare. La vittoria di Barreto e Fiuza rilancia le ambizioni del duo portoghese e mette altra benzina su una lotta mondiale che promette di diventare sempre meno educata.

E meno male.

Perché i campionati troppo ordinati sono come i SUV finti fuoristrada: belli da guardare, ma dopo cinque minuti ti viene voglia di lanciare le chiavi nel fiume.

Italian Baja: organizzazione, pubblico e una gara che ha ancora identità

L’Italian Baja 2026 ha confermato anche l’alto livello organizzativo della manifestazione. Pordenone non è un passaggio qualunque del calendario. È una tappa con una storia, una personalità e un’identità ben precisa.

Il merito è di chi questa gara la costruisce, la difende, la fa crescere e continua a renderla riconoscibile nel panorama internazionale.

Perché oggi molti eventi provano a fare tutto: un po’ rally raid, un po’ show, un po’ festival, un po’ contenuto social. L’Italian Baja invece rimane fedele a sé stessa. È una gara dura, tecnica, veloce e selettiva. Una gara dove il territorio non è sfondo, ma protagonista.

Il Friuli non sta dietro la corsa come un fondale da cartolina. Il Friuli entra dentro la gara, la forma, la complica, la rende unica.

E questo è il motivo per cui chi passa da qui se la ricorda.

Il verdetto: la Baja friulana resta una bestia vera

L’Italian Baja 2026 ha regalato un weekend di grande motorsport: vittoria portoghese nella sfida mondiale, podio internazionale, gara tricolore combattuta, assenze importanti, ritiri, colpi di scena e un percorso che ha dimostrato ancora una volta di non essere lì per fare amicizia.

I greti friulani hanno fatto il loro lavoro: hanno selezionato, punito, esaltato e messo in fila i migliori. Come sempre.

Barreto e Fiuza hanno vinto perché sono stati veloci e intelligenti. Spierings e Salomons hanno confermato solidità. Vanagas e Paliukenas hanno portato a casa un podio di peso. Schiumarini ha dato una scossa alla gara tricolore. E il mondiale, dopo Pordenone, esce più acceso di prima.

Questa è l’Italian Baja.

Non una passerella.
Non una gita polverosa.
Non una gara da raccontare con parole morbide.

È una bestia friulana fatta di pietre, caldo, fiumi, motori, polvere e nervi.

E nel 2026 ha ricordato ancora una volta al mondo FIA una cosa molto semplice: per vincere qui non basta andare forte.

Bisogna sopravvivere. 🏁

Traduci