Un accesso speciale agli archivi e ai depositi riservati, tra le testimonianze dei popoli nativi americani e i fossili dei dinosauri. A Flagstaff abbiamo vissuto un’esperienza che ci ha portati molto più lontano di quanto immaginassimo.
Ci sono momenti, durante un viaggio, nei quali ci rendiamo conto che le esperienze più belle non erano necessariamente quelle che avevamo immaginato prima di partire.
A volte basta un incontro, una persona particolarmente disponibile o una porta che normalmente rimane chiusa per trasformare una semplice visita in qualcosa di memorabile.
È esattamente quello che ci è successo a Flagstaff, durante la nostra scoperta del Museum of Northern Arizona.
Siamo arrivati con la curiosità di conoscere uno dei musei più interessanti dell’Arizona settentrionale. Ne siamo usciti con qualcosa in più: il ricordo di un’esperienza che ci ha permesso di entrare nel cuore scientifico e culturale di questa istituzione.
Grazie a Signe Z Valentinsson, Senior Collections Manager, abbiamo infatti avuto il privilegio di accedere a due sezioni normalmente riservate, esplorando gli archivi e i depositi delle collezioni antropologiche, geologiche e paleontologiche.
Un’opportunità straordinaria per scoprire ciò che si nasconde dietro le esposizioni che ogni giorno accolgono i visitatori.
Flagstaff, dove la storia dell’America comincia molto prima della Route 66
Quando pensiamo a Flagstaff, immaginiamo spesso la Route 66, le grandi foreste di pini, le montagne e quella particolare atmosfera americana che sembra appartenere a un’altra epoca.
Eppure questa città custodisce una storia che supera di gran lunga i cento anni della Mother Road.
Per comprenderla bisogna conoscere il Colorado Plateau, l’immensa regione geografica che comprende parte dell’Arizona, dello Utah, del Colorado e del New Mexico.
Qui, nel corso di milioni di anni, la natura ha modellato montagne, canyon, deserti e altopiani, mentre numerose popolazioni hanno sviluppato culture e tradizioni profondamente legate al territorio.
Il Museum of Northern Arizona nasce proprio per raccontare questo patrimonio.
Fondato nel 1928, il museo deve la propria origine anche al lavoro dello scienziato Harold S. Colton e dell’artista Mary-Russell Ferrell Colton.
Oggi rappresenta un importante centro di ricerca e conservazione, con oltre 800.000 oggetti e campioni nelle collezioni permanenti.
Ma ciò che rende davvero interessante questo luogo non riguarda soltanto la quantità dei reperti.
È il modo in cui riesce a collegare la storia dell’uomo con quella della natura.
Quando una porta riservata cambia completamente la visita
La parte più speciale della nostra giornata è cominciata con Signe.
Il suo incarico di Senior Collections Manager la porta a lavorare direttamente con il patrimonio che il museo conserva e studia.
Grazie alla sua disponibilità abbiamo avuto accesso a due settori normalmente esclusi dal percorso di visita ordinario.
Da quel momento abbiamo potuto osservare il museo da una prospettiva completamente diversa.
Le esposizioni pubbliche rappresentano il risultato di un’attenta selezione di oggetti, informazioni e percorsi narrativi. I depositi, invece, custodiscono una parte molto più ampia del patrimonio.
Ed è proprio questa differenza che rende tanto interessante una visita dietro le quinte.
Non abbiamo scoperto soltanto altri reperti. Abbiamo potuto avvicinarci al mondo della ricerca, della catalogazione e della conservazione, comprendendo meglio quanto lavoro esista dietro ogni oggetto che ammiriamo in una vetrina.
Per noi, che attraversiamo gli Stati Uniti cercando di raccontarne storia, persone e tradizioni, questa possibilità ha avuto un valore particolare.
Non capita tutti i giorni di poter conoscere un museo attraverso gli occhi di chi contribuisce a custodirne il patrimonio.
Le collezioni native americane: un patrimonio di culture ancora vive
La prima dimensione di questo viaggio dietro le quinte riguarda le popolazioni native americane.
Il Colorado Plateau ospita comunità che conservano identità, lingue e tradizioni molto diverse tra loro.
Tra queste troviamo Hopi, Diné (Navajo), Zuni, Havasupai, Hualapai, Apache e altre popolazioni indigene.
Le collezioni antropologiche del museo documentano numerosi aspetti delle loro culture attraverso ceramiche, tessuti, utensili, oggetti artistici e testimonianze archeologiche.
Ogni manufatto può raccontare una storia differente.
Un recipiente permette di comprendere le tecniche artigianali e le abitudini quotidiane di un’epoca. Un tessuto può documentare conoscenze tramandate tra generazioni, mentre gli strumenti raccontano il rapporto con l’ambiente.
Tuttavia, esiste una distinzione fondamentale che abbiamo voluto tenere presente durante questa esperienza.
La storia dei popoli nativi americani non è una storia conclusa.
Le loro comunità continuano a vivere, creare, sviluppare nuove forme artistiche e custodire tradizioni che mantengono un profondo significato culturale.
Anche il museo riconosce questa continuità e collabora con rappresentanti delle comunità indigene.
La mostra pubblica Native Peoples of the Colorado Plateau, per esempio, nasce dalla collaborazione con rappresentanti di dieci comunità tribali e racconta le loro culture attraverso oltre 350 oggetti.
L’accesso speciale alle raccolte riservate ci ha aiutati a comprendere meglio il valore di questo patrimonio, che richiede non soltanto conservazione, ma anche rispetto e conoscenza.
Dal passato dell’uomo a un mondo popolato dai dinosauri
Il nostro secondo viaggio dietro le quinte ci ha portati ancora più lontano nel tempo.
Lasciando idealmente alle spalle la storia delle civiltà umane, abbiamo esplorato l’ambito delle collezioni geologiche e paleontologiche.
Qui i protagonisti diventano rocce, minerali e fossili capaci di raccontare milioni di anni di evoluzione terrestre.
Il Colorado Plateau rappresenta uno dei territori più affascinanti del Nord America per chi ama la geologia.
Le sue formazioni rocciose documentano antichi ambienti marini, grandi trasformazioni climatiche, attività vulcanica e la presenza di creature ormai estinte.
Il museo custodisce circa 150.000 esemplari paleontologici, tra fossili di animali, piante e tracce lasciate dagli organismi del passato.
Tra i protagonisti della storia naturale dell’Arizona troviamo naturalmente i dinosauri.
Nella galleria geologica aperta al pubblico, il Dilophosaurus wetherilli e lo Scutellosaurus lawleri raccontano un’epoca risalente a circa 200 milioni di anni fa.
Il primo era un dinosauro carnivoro, mentre il secondo apparteneva ai primi gruppi di dinosauri corazzati.
Entrambi vissero in un’Arizona profondamente diversa da quella attuale.
Ma conoscere anche il patrimonio conservato nelle aree riservate aggiunge qualcosa di importante alla visita.
I fossili non rappresentano soltanto testimonianze spettacolari di animali scomparsi.
Sono strumenti scientifici attraverso i quali possiamo ricostruire ambienti, comprendere cambiamenti climatici e studiare l’evoluzione della vita.
Un frammento apparentemente insignificante può fornire informazioni preziose, soprattutto quando gli studiosi riescono a collegarlo ad altri ritrovamenti.
Ed è affascinante pensare che una parte delle risposte alle domande sul nostro pianeta si trovi proprio in questi depositi.
Il lavoro invisibile che permette alla storia di sopravvivere
Una delle riflessioni più interessanti della giornata riguarda il lavoro delle persone che operano all’interno dei musei.
Quando visitiamo una mostra, spesso ci concentriamo sugli oggetti esposti, sulle fotografie e sulle informazioni che leggiamo.
Raramente pensiamo a ciò che succede dopo la chiusura.
I reperti richiedono controlli, condizioni ambientali adeguate, inventari aggiornati e interventi di conservazione.
Il Museum of Northern Arizona dispone anche dell’Easton Collection Center, una struttura inaugurata nel 2009 per garantire condizioni di conservazione appropriate.
Il lavoro dei responsabili delle collezioni permette di proteggere materiali che potrebbero offrire nuove informazioni anche tra molti decenni.
Grazie all’incontro con Signe abbiamo potuto apprezzare maggiormente questa dimensione del museo.
Perché custodire il passato significa anche renderlo disponibile alle generazioni che verranno.
Vale la pena visitare il Museum of Northern Arizona?
Assolutamente sì, soprattutto se state attraversando l’Arizona lungo la Route 66 oppure avete programmato una visita al Grand Canyon.
Il museo si trova al 3101 North Fort Valley Road, a Flagstaff, a pochi minuti dal centro cittadino.
Le esposizioni pubbliche permettono di conoscere il patrimonio naturale e culturale del Colorado Plateau attraverso numerosi argomenti.
Consiglio di dedicare alla visita il tempo necessario per esplorare con calma le diverse sezioni, soprattutto quelle dedicate ai popoli nativi e alla geologia.
Non bisogna però confondere il normale percorso espositivo con l’esperienza speciale che abbiamo vissuto.
L’accesso alle collezioni riservate segue modalità specifiche e non rientra automaticamente nel biglietto ordinario.
Anche senza questa opportunità, il museo merita comunque una sosta per comprendere meglio il territorio che state attraversando.
Un ringraziamento speciale a Signe
Ci sono persone che, attraverso la propria disponibilità, riescono a trasformare un incontro professionale in uno dei ricordi più belli di un viaggio.
Per questo desideriamo ringraziare sinceramente Signe Z Valentinsson, Senior Collections Manager del Museum of Northern Arizona.
La possibilità di visitare due aree normalmente riservate, tra le collezioni dei popoli nativi americani e quelle geologiche e paleontologiche, ha rappresentato un privilegio davvero speciale.
Abbiamo scoperto un museo che non si limita a raccontare il passato, ma continua ogni giorno a studiarlo e proteggerlo.
E durante il nostro viaggio sulla Route 66 abbiamo imparato ancora una volta qualcosa di importante.
Le strade ci permettono di raggiungere luoghi meravigliosi, ma sono soprattutto le persone a renderli indimenticabili.
A Flagstaff siamo entrati in un museo per conoscere la storia dell’Arizona.
Ne siamo usciti con la consapevolezza di aver avuto il privilegio di scoprire anche una parte di quella storia che normalmente rimane dietro le porte chiuse


















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