Ci sono giornate che finiscono male. Male davvero. Con la rabbia addosso, con la delusione che ti rimane incollata alla pelle e con quella sensazione odiosa di aver lasciato qualcosa in sospeso. Sabato 14 marzo 2026, all’Artugna Race, per Elia Stevenato è andata così. Ma fermarsi al ritiro sarebbe il modo più pigro e più sbagliato di raccontare la sua gara.
Perché l’Artugna, per lui, non è stata soltanto una corsa interrotta troppo presto. È stata soprattutto un ritorno vero al rally, a quel mondo che non perdona, che ti mette alla prova in ogni metro e che, proprio per questo, quando ci rientri capisci subito se il fuoco è ancora acceso. E nel caso di Elia, sì: lo era eccome.
Il ritorno di uno che il rally non l’ha mai dimenticato
Elia Stevenato non è uno di quelli che si presentano al via per fare presenza, scattare due foto e raccontare al bar di “aver corso”. Il rally lui lo conosce, lo ha già respirato, vissuto e affrontato in passato. Il suo nome era già comparso in diverse gare, costruendo nel tempo un percorso fatto di esperienza, passione e voglia di rimettersi sempre in discussione.
Negli anni scorsi aveva già lasciato il segno in varie partecipazioni, tra cui il Rally Città di Schio 2022, dove aveva corso su Ford Fiesta Rally4 insieme a Emanuele De Lazzari, e il Rally Piancavallo 2022, affrontato invece su Renault Clio S1600. Gare diverse, vetture diverse, contesti diversi, ma sempre la stessa sostanza: il desiderio di stare dentro il cuore della competizione, non ai margini.
E non finisce lì. Nel suo cammino motorsport ci sono stati anche appuntamenti come il Prealpi Master Show, altra gara che non regala nulla a nessuno e che, anzi, ti costringe a sporcarti davvero le mani. Segno chiaro che non stiamo parlando di una parentesi estemporanea, ma di un legame autentico con il mondo delle corse.
Stevenato è tornato. È tornato a infilarsi in una gara vera, dura, cattiva, di quelle che non fanno sconti. Ed è tornato portandosi dietro un bagaglio che va oltre il rally tradizionale, perché nel 2025 aveva affrontato anche il Tunisie Challenge con Andrea Baggio su Mitsubishi Pajero V60, chiudendo una prova massacrante fatta di sabbia, roccia, navigazione e resistenza. Uno così non ha perso il gusto della sfida: se l’è semplicemente riportato addosso anche su prove diverse.
Artugna Race: una gara vera, cattiva, senza sconti
E il momento del ritorno, per Elia, è arrivato proprio all’Artugna Race 2026, andata in scena sabato 14 marzo sugli sterrati della pedemontana pordenonese. Una gara che non ha fatto prigionieri. Pioggia, fango, pozze d’acqua, grip intermittente, tratti scivolosi e continui cambi di aderenza hanno trasformato il percorso in una trappola lunga chilometri.
Era il tipo di giornata in cui non bastava essere veloci. Bisognava essere lucidi, sensibili, pronti a leggere un fondo che cambiava faccia curva dopo curva. In una situazione del genere, l’Artugna ha ricordato a tutti la sua vera natura: non una passerella, ma una selezione naturale su sterrato.
Elia si è presentato al via con Francesco Maggiolino al suo fianco sulla Volkswagen Polo, pronto a giocarsi tutto in una gara dura e tecnica, una di quelle che, se le porti a casa, ti lasciano addosso un senso di conquista vero. C’era entusiasmo, c’era tensione, e c’era soprattutto la voglia di rimettersi in gioco seriamente. Questo è il punto da cui bisogna partire. Non dalla fine.
Il momento che ha spento la gara
Poi però il rally, come sa fare solo lui, ha deciso di mostrare il lato più crudele.
Durante una fase di accelerazione, su un tratto reso infido dall’acqua sul fondo, la vettura è entrata in aquaplaning. In un attimo l’aderenza è sparita, la macchina è uscita di traiettoria e l’impatto contro un albero sulla portiera ha chiuso la corsa di Elia e Francesco. Gara finita. Senza appello.
È il genere di episodio che manda in frantumi tutto nel giro di pochi secondi. La concentrazione, il ritmo, le aspettative, la voglia di vedere dove saresti potuto arrivare. E fa male proprio perché arriva nel momento in cui sei lì, dentro la gara, dentro il ritorno, dentro quella sensazione che aspettavi da tempo.
La delusione, in questi casi, è inevitabile. Anzi, quasi necessaria. Perché se non ti brucia, vuol dire che non ci tenevi abbastanza. E invece qui brucia eccome. Proprio perché non era una comparsata. Era una gara che contava.
Ma il vero titolo non è il ritiro
Il titolo più facile sarebbe questo: “Stevenato costretto al ritiro”. Ed è anche quello meno interessante.
Perché il vero titolo, quello che resta anche il giorno dopo, è un altro: Elia Stevenato è tornato.
È tornato a infilarsi in una gara vera. È tornato a sentire la pressione della partenza, il lavoro con il navigatore, la responsabilità di ogni scelta, l’adrenalina di una speciale sporca e difficile. È tornato a misurarsi con uno sport che sa essere magnifico e infame nello stesso identico momento.
E questo, per chi ama davvero il rally, vale tantissimo. Vale più di una classifica asciutta letta il giorno dopo. Vale più di un ritiro raccontato in due righe. Perché il motorsport non è fatto solo di chi taglia il traguardo. È fatto anche di chi decide di rimettersi in gioco, di chi accetta il rischio, di chi si rimette casco e guanti sapendo benissimo che non c’è nessuna garanzia di lieto fine.
Un sabato amaro, sì. Ma anche una ripartenza vera
Il sabato dell’Artugna gli ha lasciato rabbia e delusione. È umano. È normale. Ed è anche giusto così. Quando una gara finisce contro un albero, dopo un aquaplaning che ti toglie l’auto da sotto senza darti nemmeno il tempo di discutere, non ci sono frasi magiche. Non c’è il romanticismo da social. C’è la botta. Punto.
Ma c’è anche un’altra verità, forse ancora più importante: certe giornate valgono comunque, anche quando finiscono male. Perché ti ricordano chi sei, cosa vuoi e quanto ancora tieni a questo sport.
L’Artugna Race 2026, per Elia Stevenato, resterà una gara storta. Una di quelle che fanno arrabbiare. Una di quelle che, per qualche ora o per qualche giorno, ti fanno venire voglia di mandare tutto al diavolo. Ma resta anche la gara del ritorno, del nome rimesso di nuovo su una lista partenti, della sfida accettata senza mezze misure.
E forse è proprio questo il modo giusto di guardarla: non come la storia di un ritiro, ma come la storia di un pilota che ha deciso di tornare a fare sul serio.
Perché il rally, alla fine, è bastardo proprio per questo. Ti può togliere tutto in un attimo. Ma se ti fa arrabbiare così tanto, se ti delude così profondamente, se ti lascia addosso quella voglia feroce di rifarti, allora vuol dire che sei ancora dentro. Davvero.
Ed è lì che conta tutto.

























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